Thyssen, Un Anno Dopo

Un anno fa, ieri, Torino e l’Italia si svegliava con la tragedia dei sette operai morti bruciati vivi alla ThyssenKrupp di Torino.

Perché questa ennesima strage del lavoro ha colpito così tanto? perché é considerato lo spartiaque per dire BASTA ??

 

 

Perché non eravamo di fronte a lavoratori in nero che lavoravano in piccole aziende o cantieri subappaltati con esigue misure di sicurezza per risparmiare, perché non erano gente mosse dalla disperazione di lavorare per necessità, erano operai che lavoravano per una delle industrie siderurgiche più ricche d’europa se non del mondo, che aveva DELIBERATAMENTE RIDOTTO le misure di sicurezza di quella fabbrica perché la stava chiudendo, perchè AVEVA SCRITTO NERO SU BIANCO che non servivano estintori o aggiornamenti visto che chiudeva la fabbrica, ma che aveva PRONTAMENTE RICHIESTO AGLI OPERAI DI TORNARCI A LAVORARE pur di far avere in tempo una commessa che la sede di Terni non avrebbe fatto in tempo a consegnare.

 

E questo ha fatto gridare indignati non solo Torino e i suoi abitanti ma tutta Italia; quella notte non ha cambiato solo le vite dei familiari e degli amici di quei sette operai, ma ha cambiato forse il modo di pensare alla fatalità sul lavoro.

 Perché ci eravamo abituati quasi alle morti quotidiani sul lavoro, alle morti bianche, quasi fosse NATURALE E NORMALE ciò; ma in un apese dove é un DIRITTO lavorare e un DOIVERE poter vivere con il proprio lavoro, addirittura da mettere il lavoro come caposaldo del primo articolo della nostra costituzione, non deve essere normale questo.

 

Dopo un anno cosa è cambiato? Forse poco, ancora si muore di lavoro, ma sembra si combatta di più perché questo avvenga sempre meno: é incoraggiante vedere in questo senso il rinvio a giudizio dei dirigenti Thyssen per CONCORSO IN OMICIDIO VOLONTARIO, un accusa mai emessa finora nei confronti di un datore di lavoro o il fatto che dopo un anno ancora si parli di questa tragedia.

 Ieri sera su Rai3 ho visto la trasmissione di Ballarò dedicata a questa tragedia e mi ha molto colpito sia per come é stato affrontato senza retorica o politica nel mezzo la cosa, il titolo era La Luna Spalancata, era preso da una frase di una Poesia di Federico Garcia Lorca, dal titolo Lamento por Ignacio Sanchez Mejia, un torero che muore nell’arena, il poeta chiede alla luna di spalancarsi affinché non veda il sangue del torero morto  nell’arena….qui sotto il testo:

IL SANGUE VERSATO

 

Non voglio vederlo!

 

Di’ alla luna che venga,

ch’io non voglio vedere il sangue

d’Ignazio sopra l’arena.Non voglio vederlo!La luna spalancata.

Cavallo di quiete nubi,

e l’arena grigia del sonno

con salici sullo steccato.

Non voglio vederlo!

Il mio ricordo si brucia.

Ditelo ai gelsomini

con il loro piccolo bianco!

Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.
No.
Non voglio vederlo!

Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo!

Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!

Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!
No.
Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,
non rondini che se lo bevano,
non v’è brina di luce che lo ghiacci,
né canto né diluvio di gigli,
non v’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!!

 

 

 

 

 

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